FANTAHOLIC
Fantasista

Perché mi nutro di questo splendido veleno: il pellegrinaggio tra quattro idoli

Perché mi nutro di questo splendido veleno: il pellegrinaggio tra quattro idoli



Il momento in cui ci si innamora del calcio è intimo e diverso per ciascuno. Può essere la squadra della propria città, l'ebbrezza corale di un Mondiale, o magari un passatempo nato per caso in un pomeriggio qualunque.

Eppure, vi sono anime che, per sfortuna o per grazia suprema, finiscono per bere un veleno destinato a non svanire mai.
Coloro il cui spirito è stato rapito non dai numeri asettici del tabellone, ma dall'epifania di un singolo tocco di palla.
Coloro che al calice della vittoria fine a se stessa preferiscono la sacralità di una parabola impossibile sospesa nel cielo.

Il mondo li ha sempre chiamati «fantasisti». E io ho scelto di definirmi un Fantaholic: un devoto incurabile della fantasia.

Come sono sprofondato così visceralmente in questa dipendenza calcistica?
Ecco i quattro idoli che mi hanno precipitato per sempre in questo abisso estetico.

1. Alessandro Del Piero: La parabola perfetta del Cavaliere

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Tutto ha avuto inizio con il numero 10 della Juventus.

Alessandro Del Piero. Quel nome supera i confini del semplice calciatore; è scolpito nella mia memoria come un canone assoluto di bellezza e stile.
Quarantacinque gradi sulla sinistra, appena fuori dal vertice dell'area di rigore. Quello era il suo regno, la sua «Zona Del Piero», un autentico santuario laico.

«Non c'era spazio per la ragione. Nel momento esatto in cui toccava palla, l'aria del Delle Alpi si faceva densa e ogni spettatore dipingeva nella mente la stessa identica traiettoria. E lui, con una grazia che superava perfino l'immaginazione collettiva, infilava l'incrocio dei pali. Non era una giocata: era una liturgia».

Lineamenti fieri e, ancor più, una meccanica di tiro di un'eleganza aristocratica.
Pinturicchio mi ha insegnato la nobiltà del gesto. Un gol di rapina, sporco e affannoso, pesa identico sul tabellino, ma la curva disegnata da Del Piero possedeva una maestosità che costringeva a raddrizzare la schiena per rendergli omaggio.
L'incontro con questo nobile del calcio ha cancellato per sempre dal mio vocabolario la parola «efficienza».

2. Álvaro Recoba: Il capriccio degli dei in quel sinistro

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Se Del Piero rappresentava la grazia aristocratica, Álvaro Recoba era lo shock puro, la vertigine.

Con la maglia nerazzurra dell'Inter addosso, si trascinava per il campo con un ciondolare indolente che a tratti pareva quasi apatia. Non difendeva, non sprecava una goccia di sudore per rincorrere l'avversario. Eppure, nel momento in cui il pallone si incollava al suo magico piede sinistro, la fisica ammutoliva.

«Quaranta metri di distanza per lui erano come il cortile di casa. Il pallone partiva carico d'effetto come se possedesse un'anima propria, scendendo a precipizio a schernire le mani dei portieri. Quel mancino era un ordigno nucleare inventato per vanificare qualsiasi lavagna tattica».

In novanta minuti di gioco, si accendeva forse per una manciata di secondi. Ma per quegli attimi fugaci valeva la pena pagare qualsiasi biglietto a San Siro.
Recoba mi ha inoculato il veleno più dolce: l'idea che il calcio sia sublime proprio perché imperfetto. Quella devozione per il genio discontinuo e lunatico a scapito del metodico soldatino: una splendida condanna firmata dal Chino.

3. Ricardo Quaresma: L'arco sfrontato della trivela

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E poi è arrivato Ricardo Quaresma, colui che ha segnato per sempre la mia ossessione estetica.

Laddove qualsiasi calciatore normale cerca la rassicurante certezza dell'interno collo, lui sceglieva deliberatamente l'esterno. La trivela. In quel colpo secco e velenoso risiedevano tutta la sua ribellione e la sua poetica solitaria.

«Tagliare dalla fascia destra verso il centro e gonfiare la rete sul palo lontano con l'esterno del piede destro. Era il più sacrilego degli schiaffi ai manuali di Coverciano. Nel vederlo dimostrare ossessivamente che il proprio stile era superiore alla scelta più scolastica, ho provato un'attrazione viscerale, quasi febbrile».

Quaresma è stato per me l'emblema stesso della libertà. Anche quando i tecnici lo mettevano ai margini, anche quando veniva bollato come un solista viziato, lui non ha mai smesso di parlare con l'esterno della scarpa.
In quegli anni ho compreso la verità: io non cercavo il calcio come mero scontro atletico, cercavo l'insurrezione dell'individuo dipinta sul prato verde.

4. Rayan Cherki: L'ultimo e più fresco fiore sbocciato nella modernità

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Le epoche cambiano e il calcio si è trasformato in un ingranaggio sempre più scientifico.
Chilometri percorsi, sprint ad alta intensità, expected goals. In quest'era glaciale in cui gli algoritmi pretendono di misurare l'anima dei calciatori, ho ritrovato in un ragazzo i riflessi di un tempo perduto.

Rayan Cherki.

Questo talento purissimo che brilla a Lione incarna esattamente ciò che il calcio contemporaneo tenta di estirpare: il margine di libertà, l'estro fine a se stesso. Destro o sinistro per lui non fa differenza. Le sue finte non servono soltanto a superare l'avversario; sono ricami d'autore pensati per disorientare il difensore e inebriare il pubblico.

«Guardandolo giocare, provo un senso di profonda consolazione: il sacro fuoco custodito dai fantasisti di un tempo non è ancora estinto. Rifiutandosi di essere un semplice ingranaggio della macchina tattica, accarezzando la sfera con premura quasi amorosa, Cherki conserva la struggente bellezza delle specie a rischio di estinzione».

Cherki ha aggiornato il veleno che scorre nel mio sangue con una nuova, irresistibile linfa. È l'erede contemporaneo di quella stirpe inaugurata da Del Piero: l'ultima, luminosa speranza.

5. Filosofia: Il calcio deve essere bellezza

Perché dovevano essere proprio loro quattro?
Perché hanno saputo svelare ciò che risiede oltre la semplice vittoria.

Anche il piano tattico più minuzioso e scientifico va in pezzi dinanzi al lampo velenoso e anarchico di un vero fantasista. Essere presenti nel momento esatto in cui quella magia si compie: non è forse questa la felicità suprema di chi ama il pallone?

La mia professione di fede è semplice:
Il calcio deve essere bellezza.

Anche nella sconfitta, se un match regala una prodezza degna di essere tramandata ai posteri, quella partita acquista valore eterno. Al contrario, una serie sterile di vittorie senz'anima finisce nell'oblio ancor prima del triplice fischio.

Dal fondo dell'abisso, con devozione

I quattro idoli che mi hanno spinto nelle profondità di questa dipendenza. Ciò che li accomunava era un veleno irresistibile, capace di turbare per sempre l'anima di chi guarda.

Una volta assaporata quell'ebbrezza, il calcio ordinario non basta più.
Si resta perennemente a caccia di brividi, affamati di parabole gloriose, con lo sguardo fisso alla ricerca dell'imprevedibile.
Sì: vivrò tutta la vita da Fantaholic.

Una sconfitta magnifica vale infinitamente più di una vittoria meschina.
Con questa certezza incisa nel cuore, anche oggi resto in attesa che qualcuno, lì in mezzo, dipinga l'ennesima magia sul prato verde.

 

E voi, da quale tocco di classe siete stati trascinati nel baratro?

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